Novizio
e giovane frate
L'anno di prova rivelò, fin dall'inizio,
la sua volontà di giungere alla santità. «Lo vedevano
sempre mansueto, umile, dolce, affabile, pieno di carità e premura
con tutti ». Si trovava a suo agio in tutti gli impegni della vita
conventuale.
Nei primi due scrutini, dopo il terzo
e il sesto mese di noviziato, l'approvazione della comunità religiosa
fu unanime, senza nessun voto negativo. Il terzo scrutinio, invece, a due
mesi dalla fine, non ebbe luogo, e il noviziato fu prolungato di altri
due mesi: la sua precaria salute poneva il problema sulla opportunità
di accettare definitivamente una persona cosí debole per una vita
tanto austera. Si ricorse al consiglio di un medico; ma, trascorsi i due
mesi di proroga, fu proprio il medico, deluso, a dichiarare fra Carlo scrofoloso
« incurabile », per cui fu consigliato di far ritorno alla
sua casa. Era il 26 gennaio 1854: sulla porta del convento ebbe ancora
il coraggio di baciare con trasporto e lacrime quegli stipiti e dire: «
Padre guardiano, sia fatta la volontà di Dio. Ma stia sicuro: io
morirò cappuccino. Lo vuole Iddio ».
Tornato in famiglia, riprese con trasporto
gli esercizi di carità verso il prossimo; in piú non diminuí
la sua vita di preghiera, ora arricchita da tante esperienze di vita conventuale.
Nel mese di maggio si trovò
a passare per Abbiategrasso il ministro provinciale padre Francesco da
Bergamo. L'incontro con Gaetano in un mare di lacrime e l'insistenza di
don Palazzi ottennero che Gaetano potesse tornare in convento come semplice
terziario, in un primo momento, con la promessa che, se la salute avesse
resistito, i superiori avrebbero fatto tutto il possibile per aiutarlo
a proseguire nel suo ideale. E furono di parola.
Accolto nel convento di S. Vittore
all'Olmo - le attuali carceri di S. Vittore in Milano -, fu subito destinato
ad aiutare i frati nella cucina e più tardi in sagrestia, dove «
per restare in chiesa non finiva mai di spolverare e strofinare ».
Soprattutto non sapeva staccarsi dagli altari del Ss. Sacramento e della
Madonna. Trascorsero così otto lunghi mesi.
Il 30 gennaio 1855 giungeva da Roma il decreto della congregazione che
gli concedeva di poter fare la «solenne professione dei voti in qualità
di chierico dopo aver fatto un altro mese di noviziato e dieci giorni di
esercizi spirituali ». Così, il 14 febbraio vestiva per la
seconda volta l'abito di novizio, iniziando il suo ultimo mese di prova.
Finiti quei giorni, mentre la famiglia religiosa, riunita per il definitivo
scrutinio, approvava per un solo voto (molti lo volevano « piú
sano e piú letterato » !) il candidato alla professione, fra
Carlo scriveva al «benefattore dell'anima sua » don Palazzi:
« ... ora per consolarlo... gli faccio sapere che ho segni particolari
di unione con Dio... Lo scongiuro, mio caro padre, di raccomandarmi a Maria
Santissima mia speranza, per la quale intendo che tutti i meriti che possa
acquistare... siano tutti in accrescimento di gloria per essa ».
Il 30 marzo, finiti gli esercizi spirituali,
fra Carlo pronunciava solennemente la sua professione definitiva nell'Ordine
cappuccino. Era il venerdì di Passione, Festa dell'Addolorata!