Gioventù

Carlo in un dipinto di inizio secolo

Lavorando in casa, in aiuto al padre nella sartoria, era tanto attento a servire il Signore, che si trovava non di rado a dover essere in disaccordo con papà, piú «negoziante»; era tanto onesto e scrupoloso nel servire, che gli avventorí lo ricercavano, e la sua presenza era garanzia, alla fine, di maggior profitto, contro ogni calcolo puramente umano.
Soprattutto crebbe il suo spirito di carità verso il prossimo. Visitava i poveri e gli ammalati, che conosceva individualmente in un raggio sempre piú ampio, sia in paese che nelle cascine di campagna. Andava spesso a trovarli e «mai a mani vuote» ! Insisteva per ottenere sempre piú aiuti da papà e mamma, «tanto che dovettero imparare a pensarci su bene prima di rispondergli un sí; altrimenti finivano per trovare casa, negozio e magazzino puliti di tutto quanto». «Si privava dei suoi vestiti, coperte ecc., con la scusa che per lui erano superflui».
Anima di tanto fervore caritativo era la sua vita di preghiera e di intimità con Dio. «Giovane di pietà soda ed instancabile, tutti i momenti della sua vita si potevano già chiamare una prolungata preghiera vocale e mentale, vedendo egli sempre presente il suo Dio, sempre sospirando col cuore a Lui », scrisse don Francesco Palazzi, prevosto di Abbiategrasso dal 1842. E ancora: «La preparazíone e il ringraziamento ai sacramenti era senza misura di tempo e di affetti »; e mai senza un'intensa invocazione alla «cara Mamma» perché lo aiutasse.
Questa pietà, «mentre era di ammirazione e di esempio anche agli adulti», si trasfondeva irresistibilmente nelle sue relazioni con i coetanei e con i piú piccoli. Li radunava per prepararli ai sacramenti e per l'assistenza alle sacre funzioni in chiesa alla domenica. Gli bastava «un'occhiata amorevole, qualche carezza, un dolce rimprovero» per tenerli a bada, «con grande meraviglia di tutti». Al pomeriggio, dopo le funzioni, li conduceva a passeggio e al cimitero. Non trascurava di organizzarsi bene in questa attività, scegliendo e preparando alcuni aiutanti, affidando «a ciascuno di essi il suo ufficio perché vigilassero, correggessero...».
Padre Carlo in un ex-voto del santuario benedice un'ammalato
Il 15 ottobre 1850, in seguito a un furto di due scialli nella bottega del papà, scrisse «all'amorosissimo sindaco» per la scarcerazione dei due ladroncelli, minimizzando il reato. Non fu capito e venne citato a presentarsi, fu interrogato e costretto a dichiarare «di non aver agito per suggestione di nessuno». Ma pochi giorni dopo, il primo di novembre, era ancora a supplicare con nuovo scritto: «... O li rimette in libertà o si accetti me per loro...».
Quasi due mesi dopo, in occasione di un fattaccio, l'assassinio di una donna in un bosco della Valle Ticino, Gaetano fu visto nuovamente in questura. Scoperti i due assassini e messi in prigione, «si credeva dovessero essere condannati alla pena di morte, tanto piú che il paese era in stato d'assedio, con governo militare». Gaetano «pose una istanza al protocollo criminale della pretura per essere sentito in esame nell'accennato processo, e assegnato a comparire, si presentò, dichiarando in formale protocollo... che esso si offriva vittima di espiazione in favore dei nominati due delinquenti, e pregava fervorosamente i tribunali a lasciarli in libertà e a trattenere lui in carcere per far subire a lui quella pena a cui i medesimi dovevano essere condannati».
Nel frattempo Gaetano era sempre piú conosciuto ed ammirato: «aveva finito per diventare una specie di accattone del Signore, per amore dei suoi poveri ed infermi. Non bastandogli piú i genitori, si attaccava alle tasche degli altri parenti, amici di casa e facoltosi di Abbiategrasso, pur di trovare aiuti e soccorsi, non curante se taluno gli sbatteva la porta in faccia».
Finalmente, la presenza del buon don Palazzi fu determinante per la realizzazione della vocazione di Gaetano. Si sentiva da tempo chiamato, voleva essere frate cappuccino, sacerdote, missionario; ma le porte per lui non si aprivano per via della sua salute tanto fragile. Si interpose lui, don Palazzi; furono le sue insistenze, le referenze presentate a ottenere che il giovanotto, a ventisette anni, venisse accettato.
L'8 novembre 1852, su al convento dell'Annunciata (Borno - Brescia) iniziava il suo anno di noviziato con il nuovo nome di fra Carlo Maria da Abbiategrasso.